Lunedì 6 luglio doppia anteprima di presentazione del libro d’esordio di Graziano Cernoia: “Volk”, scritto insieme a Marco Pasquini e pubblicato da M.Edizioni. Il primo appuntamento è alle ore 16 su radiocitta’fujiko, all’interno di Fujiko Bagno 103. Il secondo è alle ore 23.30 nell’ambito del festival Scandellara Rock 2008 (Parco Scandellara).
Sarà per la naturale inclinazione a cercare sempre nuove similitudini o semplici accostamenti ma, se questo libro fosse un film, sarebbe senz’altro un road movie, genere cinematografico che, da “Il sorpasso” a “Easy Rider”, ha saputo raccontare negli anni i viaggi di intere generazioni. Volk non mostra però tutti i crismi tipici di un film della strada: nessun legame con le insegne, esposte al sole cocente, della Route 66; niente a che fare con gli sfiancanti itinerari coast to coast che si perdono all’orizzonte; scarso rilievo dato al mezzo di locomozione, trasformato in un insignificante compagno di esplorazioni.
Volk è sì un personale racconto di viaggio costruito per appunti ma anche e soprattutto un volo della mente: i suoi fugaci frammenti narrativi si spostano da Rimini a Gerusalemme passando per Bologna, Amsterdam e Potocari, lasciano una camera d’albergo sfatta alle prime ore dell’alba per traslocare nei boschi fangosi della Bosnia, abbandonano il tempo presente per evocare, tramite flashback, storie passate di vita vissuta. Ognuno di questi passaggi porta con sé un cumulo di emozioni. Non si tratta, quindi, di un percorso stabile e continuativo dove la cinepresa rincorre un chopper mentre romba lungo la statale, immortalandone le tappe e documentandone i chilometri percorsi. Se fosse un film, Volk imporrebbe al regista ripetuti stacchi nelle inquadrature come se, preso da uno strano tic, lo si vedesse prima ordinare agli attori di posizionarsi sulla scena, poi urlare “ciak” e, dopo una manciata di secondi, interrompere subito l’azione con un improvviso “stop”. La lingua italiana ha una formula indovinata che sa esprimere bene il senso di questi salti repentini: è l’espressione “colpo d’occhio” che, nel suo significato più esteso, indica la capacità di capire le cose al primo sguardo. La palpebra si solleva, la pupilla si ritrae, l’occhio scatta una foto e infine si richiude lasciando fra le mani di questo spettatore istantaneo brandelli di realtà, di situazioni, di persone. Volk vive dei colpi d’occhio del suo autore.
Nel road movie ciò che importa non è tanto la destinazione quanto quello che ci si lascia alle spalle. Il libro di Graziano non ha una meta finale, un luogo verso cui spingersi ma, viceversa, possiede numerosi punti di partenza. È come lo snodo di una stazione ferroviaria in cui i suoi dieci binari, terminata la banchina che accoglie i passeggeri, confluiscono gradualmente in uno solo, direzione chissà dove. Quest’unico binario rimasto ha però senso grazie agli altri: le stazioni si affollano di persone, le persone riempiono i vagoni, i vagoni si allontanano stracolmi lungo un binario. Volk è la ricostruzione di appunti di viaggio che nascono dal contatto con le etnie, le religioni, gli stati: è la storia di un tecnico del suono, avvezzo a girare il mondo per lavoro, che quelle etnie, quelle religioni, quegli stati se li è ritrovati spesso dinnanzi agli occhi testando così sulla propria pelle il concetto, labile e vago, di “confine”. Graziano ha vissuto, ha sperimentato, ha assimilato: ma soprattutto ha sviluppato uno sguardo d’insieme (vedete? L’idea di “colpo d’occhio” torna ancora), quell’occhiata a tutto campo che ti fa chiamare un libro Volk. Popolo. Viva il singolare.
(Recensione di Alessio Aymone)
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